Cerca nel sito:

               

Legambiente, Ecco la relazione di Mimmo Fontana

28 Nov, 2011

Palermo, ore 11:11 Ecco la relazione del neo rieletto presidente regionale di Legambiente, Mimmo Fontana. “Io non amo le citazioni e normalmente le evito nei miei discorsi, ma nel documento nazionale ne ho letto una che mi ha colpito perché mi pare riassuma perfettamente le ragioni del nostro impegno. Peraltro, essendo una citazione di seconda mano, m’imbarazza meno. È una citazione che spiega perché in una fase di profonda crisi come quella che stiamo vivendo il contributo della cultura ambientalista può essere determinante.

Albert Einstein sosteneva: “il mondo che abbiamo creato oggi ha problemi che non possono essere risolti con lo stesso modo di pensare con cui li abbiamo creati”.

Purtroppo oggi questa citazione mi fa immediatamente pensare ai morti della provincia diLa Spezia, della Lunigiana, di Genova e, agli ultimi della provincia di Messina. Gli ennesimi morti di una lunga catena che temo non si spezzerà facilmente fin quando non ci convinceremo tutti che Einstein aveva ragione.

Bisogna smettere di pensare che il rischio idrogeologico sia una questione ingegneristica, o affrontarlo come una questione di protezione civile. È essenzialmente una questione culturale. Una questione che va aggredita seriamente e che può essere risolta solo cambiando il modo di usare il territorio e, ancor prima, di pianificarne le trasformazioni.

 

Quattro anni fa abbiamo celebrato il nostro ultimo congresso consapevoli che era cambiata profondamente la percezione delle nostre questioni e, di conseguenza, stava mutando il nostro ruolo sociale.

Addirittura, dicevamo che l’ambientalismo era ormai diventato un “gigante culturale”, sebbene non fosse ancora riuscito a condizionare l’agenda politica del Paese. Ci aspettavamo anni di profonda trasformazione, anche del nostro impegno, ma non avevamo previsto che il modello economico dominante sarebbe piombato in una profonda crisi strutturale.

Questa crisi ha cambiato completamente lo scenario e non possiamo che partire da qui nell’analisi dell’attuale contesto.

Dobbiamo augurarci che nulla possa essere più come prima perché è la crisi di un modello economico fondato, tra le altre cose, su un’idea “predatoria” del territorio.

Assumerne piena coscienza è preliminare perché si avvii la ripresa. Ma non sarà un percorso scontato e senza traumi, tantomeno ci possiamo illudere che si andrà certamente verso un modello migliore,…tutt’altro. Non mancheranno i colpi di coda di una classe dirigente come quella italiana che ritiene ancora in larga maggioranza che si possa rispondere alla crisi proponendo ricette fuori dal tempo. Ma siccome è quantomeno illusorio immaginare che dall’attuale recessione si possa uscire con un’ulteriore precarizzazione del lavoro o con la soppressione dei controlli ambientali, è legittima la speranza che nel medio periodo possa affermarsi un nuovoe migliore modello economico.

Proprio per questa ragione, come ogni crisi, anche questa rappresenta una grande opportunità che dobbiamo saper cogliere. Una grande opportunità d’innovazione per il mondo della produzione, ma anche per l’ambientalismo e per l’affermazione di una nuova idea di società più giusta e democratica.

 

Ciò è ancor più vero in un contesto come quello siciliano.

Senza più la disponibilità di grandi flussi finanziari da poter utilizzare al di fuori di qualunque controllo di efficienza, quanto potrà durare ancora un sistema fondato su clientele, nepotismi, baronati, insomma su un principio di totale irresponsabilità?

Per quanto tempo ancora si potrà rinviare il momento nel quale affrontare strutturalmente la gigantesca questione del precariato, alimentato in modo criminale negli ultimi trent’anni?

 

Il ruolo che ci siamo guadagnati e l’autorevolezza che ci viene riconosciuta costringe anche noi ad assumere la grande responsabilità di proporre una via d’uscita, di prefigurare un’alternativa reale. Dobbiamo veleggiare in mare aperto senza avere paura di accettare la sfida, andando oltre la semplice difesa dello status quo per costruire in Italia e in Sicilia un nuovo modo di vivere il territorio

.

In questi anni abbiamo temuto che gli effetti della crisi potessero nascondere la questione ambientale. Ma dopo tre anni sembra che le cose stiano andando diversamente: nonostante il pericolo non sia ancora scampato, dobbiamo prendere atto che la green economy è l’unica che ha continuato a crescere nonostante la recessione; la consapevolezza degli effetti deleteri sulla qualità della vita di ognuno delle crisi ambientali non è stata rimessa in discussione (SIAMO A SIRACUSA).

Insomma la riproposizione dell’antitesi tra ambientalismo e sviluppo non ha trovato molto spazio.

 

Anzi, il risultato dei referendum di giugno ci restituisce la fotografia di una società matura, che sulla questione ambientale e dei beni comuni ha le idee molto chiare.

Nonostante la crisi economica e la paura per il futuro, gli italiani non si sono lasciati incantare dalle sirene di una riduzione dei costi in bolletta. La sintesi dei quesiti referendari gli proponeva l’alternativa tra il sentirsi “cittadini” consapevoli dei propri diritti (accesso ai beni primari e un modello energetico pulito e diffuso) e “consumatori” capaci di misurare il proprio standard di vita solo in termini quantitativi. Hanno scelto la prima opzione, mostrando una visione del futuro ben più avanzata di quella delle attuali classi dirigenti. E il tentativo, diciamoci la verità, un po’ ridicolo di molti partiti e della gran parte degli organi d’informazione di “buttarla in politica” non ha minimamente intaccato l’importanza del risultato. Abbiamo ascoltato o letto per giorni demenziali analisi che prescindevano dalla sostanza e cercavano di spiegarci che si trattava semplicemente di un voto contro Berlusconi………Gli italiani che hanno votato per un’idea di progresso alternativa sono una maggioranza che va ben oltre quella emersa dalle urne alle ultime elezioni!!!

Quando ci vorrà ancora prima che il mondo dell’informazione riesca a capire che quello è un atto politico rilevante e non il cicaleccio di figuranti che inonda dalla mattina alla sera i programmi d’approfondimento?

 

Noi dobbiamo essere particolarmente orgogliosi del risultato siciliano. Anch’esso straordinario. Dopo moltissimi anni è stato superato il quorum e addirittura in alcune province, Enna e Agrigento su tutte, ci si è avvicinati al 60%.

Nel 2007 già scrivevamo che all’indubbia crescita della sensibilità ambientale nella società siciliana corrispondeva un’altrettanto evidente involuzione della politica.

Riflettevamo sul fatto che nelle ultime legislature si era registrata la quasi totale assenza di opposizione a un modello di sviluppo fondato sul consumo indiscriminato di risorse. Al di là delle apparenze, purtroppo, anche quest’ultima legislatura non sembra distaccarsi troppo dalle precedenti.

Pur avendo apprezzato alcuni segnali di discontinuità in termini di proposta, dobbiamo prendere atto di una profonda incoerenza sul piano delle scelte concrete.

–         La cancellazione del piano inceneritorista di Cuffaro sembrava prefigurare una svolta decisa verso la costruzione di un sistema di gestione integrata dei rifiuti adeguato alle normative nazionali ed europee.

–         La riforma degli ATO, voluta dal governo e approvata dall’ARS, sembrava confermare che si fosse imboccata la strada giusta.

Sono ormai passati quasi tre anni e siamo sostanzialmente fermi al palo: il nuovo e alternativo piano rifiuti ancora non è stato approvato, né tanto meno è stata restituita ai Comuni o ai loro consorzi la responsabilità della gestione dei rifiuti.

Tutto è fermo per la scelta del presidente Lombardo di concordare con il governo nazionale una dichiarazione d’emergenza del tutto immotivata, ma che ha posto sotto ricattola Regione. Oggi, noi siciliani non possiamo scegliere in autonomia il nostro modello di gestione dei rifiuti, nonostante l’approccio innovativo della nuova proposta trovi la condivisione del mondo ambientalista, insieme a quello del lavoro e dell’industria. Una sintesi unica in Italia per la quale abbiamo lavorato per anni, ma che rischia d’essere vanificata dalla pervicace e incomprensibile difesa di uno “stato d’emergenza” inesistente e quindi di un commissariamento inutile e dannoso.

Speriamo che l’arrivo del nuovo governo nazionale possa sbloccare la situazione!!

 

Altrettanto seria è la situazione in campo energetico. Si è passati dalla totale deregulation di Cuffaro a un blocco quasi totale delle autorizzazioni per impianti d’energia rinnovabile nei primi due anni di governo Lombardo. Due posizioni estreme entrambe dannose, ma soprattutto accomunate da un approccio semplicistico e approssimativo a un settore complesso e strategico per il futuro del pianeta.

La conseguenza è stata in entrambi i casi l’assenza di una politica adeguata. Nel 2009 è stato approvato un piano energetico che, al più, possiamo considerare un elenco di buone intenzioni privo di ogni efficacia pianificatoria.

Le scelte dei governi Lombardo hanno creato un collo di bottiglia che ha ottenuto un doppio risultato negativo: un arretrato di oltre 1.700 istanze, che sta già alimentando un contenzioso enorme, e un “mercato delle autorizzazioni” con costi cinque volte superiori alla media nazionale per MW autorizzato. Il blocco prodotto, non solo non ha impedito le infiltrazioni della criminalità, ma ha ovviamennte incrementato il peso dell’intermediazione parassitaria, come ha confermato l’indagine che ha portato all’arresto di un deputato regionale. Un caso che gli investigatori considerano esemplificativo di un sistema molto più pervasivo di quanto non appaia a prima vista.

 

Abbiamo apprezzato gli sforzi che ha fatto nell’ultimo governo l’assessore Marino per modificare questo stato di cose, ma non potranno sortire alcun effetto se non cambierà l’approccio dell’intero governo e della maggioranza che lo sostiene (CRIMINALIZZAZIONE).

Proviamo ad andare oltre le facili suggestioni e facciamo parlare i dati: in termini di incentivi riconosciuti dal GSE al 31 agosto2011, inSicilia sono stati erogati circa 117.5 milioni di euro e in Lombardia 219.3 milioni di euro. Secondo stime di Confindustria, l’attuale scarto in termini di fatturato relativo al solo fotovoltaico trala Siciliaela Pugliaè pari a € 861.975.000,00 l’anno, cioè € 17,2 miliardi  attualizzare a 20 anni. Non ritenendo chela Pugliasia governata da un folle devastatore del paesaggio bisognerebbe seriamente riflettere sulle ragioni di questo scarto. Chela Siciliasia d’improvviso diventata il paradiso dei tutori di natura e paesaggio? Basta allargare lo sguardo ad altri ambiti per noi fondamentali, come le politiche di tutela e valorizzazione della natura e dei beni culturali, piuttosto che la pianificazione territoriale o la prevenzione del dissesto idrogeologico, per capire che le cose non stanno così.

Lo scarto tra le dichiarazioni di principio, l’impegno e la qualità di alcuni assessori, e la concretezza delle azioni rimane enorme. E a ricordarcelo ci pensa con cadenza annuale, il direttore dell’assessorato BB.CC. che dovrebbe essere il massimo tutore del paesaggio siciliano, e invece da due anni prova a inserisce nella finanziaria una nuova sanatoria edilizia (DEMOLIZIONI MARSALA E PROPOSTA LETTERA DI SOSTEGNO).

 

Il titolo del nostro congresso sintetizza in modo perfetto ciò di cui ha bisogno la Siciliaperché l’assenza di un progetto strategico per il futuro sembra diventata una caratteristica distintiva delle attuali classi dirigenti. E senza un progetto per il futuro la politica produce solo occupazione clientelare del potere o, nel migliore dei casi, l’autoconservazione.

Non è esente da responsabilità nemmeno il mondo delle imprese, che appare ancora troppo caratterizzato dalla ricerca di privilegi e da un’idea dello sviluppo che guarda al passato, come ha evidenziato la pressione sull’Ars per ottenere la norma sul Piano Casa: norma che, come era facile prevedere, non sta producendo alcun effetto non solo in termini di riqualificazione del patrimonio edilizio, ma anche semplicemente in termini di rilancio del settore.

 

Noi abbiamo sostenuto dal primo momento – e concretamente – la svolta di Confindustria Sicilia che consideriamo uno degli indicatori più importanti della crescita sociale in corso nella nostra regione. Per questo oggi ci permettiamo di chiedere uno sforzo maggiore. Per combattere il cancro che corrodela Siciliaè fondamentale, ma non sufficiente, sottrarsi al pagamento del pizzo. È indispensabile modificare l’approccio al tema dello sviluppo che non può essere misurato solo in termini quantitativi, ma deve recuperare anche una dimensione etica puntando con decisione a una prospettiva di sostenibilità.

Confindustria Sicilia è meritatamente diventata un punto di riferimento per l’intera organizzazione nazionale sul tema della legalità. Faccia pesare questo suo ruolo anche per provare a sostenere quei pezzi di mondo industriale che stanno scommettendo sul futuro, puntando sull’innovazione tecnologica e di processo. In questa fase ci pare indispensabile innestare un germe di modernità in un mondo troppo condizionato da grandi aziende che ancora oggi si rifugiano in un rapporto perverso con la politica piuttosto che mettersi in gioco riconvertendo le produzioni più inquinanti. Il giorno in cui verranno espulsi, non solo coloro che pagano il pizzo, ma anche quelli che devastando il territorio, avremo fatto tutti un enorme passo in avanti.

 

Il risultato del referendum ha confermato che anche in Sicilia c’è una forte esigenza di cambiamento ed esiste una larga fetta della società che non ha rappresentanza. Per questo dobbiamo assumerci la responsabilità di lavorare non solo per conservare le nostre straordinarie risorse, ma soprattutto per proporre alternative praticabili e desiderabili per il loro uso. L’attuale situazione di crisi impone al mondo ambientalista di rivedere il proprio approccio, non ci lascia più alibi e ci costringe ad essere radicali, non soltanto nell’evitare gli scempi, ma anche nella ricerca di alleanze con mondi diversi dal nostro. A quei mondi vogliamo guardare per convincerli delle nostre ragioni, perché non possiamo più compiacerci d’essere una minoranza illuminata.

Questa è l’unica strada possibile, e laddove abbiamo già praticato uno sforzo di questo tipo i risultati sono arrivati, sia in sede locale che regionale. Sul piano rifiuti, nonostante il blocco imposto dal governo nazionale, si è largamente affermata la nostra idea di gestione integrata (CGIL). Sulle questioni legate alla pianificazione territoriale abbiamo costruito un rapporto con gli ordini professionali e con le associazioni di urbanisti, che ha portato all’elaborazione di una riflessione condivisa sulla riforma urbanistica, ma soprattutto li ha messi al nostro fianco su temi come il Piano Casa o la deregulation in zona agricola approvata con la finanziaria 2011.

Insomma su questi temi abbiamo superato l’isolamento in cui operavamo fino a quattro anni fa, quando abbiamo fermato una nefasta legge di riforma urbanistica, e oggi troviamo al nostro fianco molti di quelli che stavano dall’altra parte della barricata.

 

Oltre alla crisi economica, c’è un altro grande evento storico che condiziona oggi la nostra riflessione: il cambiamento imposto dalle rivoluzioni arabe potrebbe creare le condizioni per lavorare a una nuova idea di cooperazione mediterranea, attraverso relazioni di scambio più paritarie, utili a costruire basi comuni, pur operando in contesti diversi.

La salvaguardia del nostro mare e delle sue straordinarie risorse naturali, l’adozione di politiche energetiche che segnino un deciso cambio di rotta dalle fonti fossili a quelle rinnovabili, l’affermazione di una piattaforma di diritti che faccia sentire tutti cittadini del Mediterraneo, partecipi e responsabili della costruzione del proprio futuro: è questa la sfida che dobbiamo lanciare!

Siamo convinti più che mai che la lotta ai cambiamenti climatici, l’affermazione e la difesa di un mondo economicamente e socialmente più giusto, la crescita e il radicamento delle democrazie nel sud del mediterraneo, possano dipendere anche dall’idea di progresso e dalle politiche che i Paesi dell’intero bacino decideranno di condividere. E’ un obiettivo ambizioso, che i singoli Stati da soli non possono garantire.

La questione dell’estrazione petrolifera e del rischio maree nere è in questo senso emblematica, perché negare le autorizzazioni alle trivelle nelle proprie acque territoriali non scongiura il pericolo di una catastrofe come quella che nel2010 hacolpito il Golfo del Messico.

La Siciliasi trova al centro di una sfida tanto importante, per ragioni geografiche ma anche storiche e culturali.

La nostra regione non può rimanere soltanto il luogo passivo di approdo dei flussi migratori, ma deve diventare davvero il ponte tra due mondi i cui rapporti si sono limitati nei decenni del secondo dopoguerra a uno scambio economico tra multinazionali del petrolio e dittature corrotte.

La cultura ambientalista può raccogliere nuove energie dalla spinta propulsiva di queste comunità che stanno lottando per conquistare la libertà e al contempo aiutarle a costruire delle democrazie più mature, capaci d’adottare un modello di sviluppo sostenibile senza ripercorrere gli errori da noi commessi negli ultimi cinquant’anni. Questo potrà avvenire se si riusciranno a evitare forme di neocolonialismo economico e si costruirà insieme ai popoli del maghreb un nuovo modello di uso delle risorse.

Per questo abbiamo deciso di organizzare a Lampedusa e Palermo, nei primi mesi del 2012, un workshop internazionale che serva a realizzare una rete di movimenti e ONG che si faccia carico di portare questa sfida in tutti i paesi del Mediterraneo. Questo workshop potrebbe diventare un appuntamento annuale per stimolare la costruzione di politiche condivise per l’area del mediterraneo.

 

La primavera araba sembra aver acceso la miccia di una rivolta generazionale generalizzata. Anche in Europa e negli USA i giovani sembrano non accettare più passivamente questa forma di liberismo che ha globalizzato prevalentemente precarietà e contrazione dei diritti.

La crisi ha reso evidente che non esiste sostenibilità economica e sociale senza sostenibilità ambientale e per questo non è solo uno slogan dire che la riconversione ecologica dell’economia è la soluzione.

In questo senso è sintomatico ciò che sta avvenendo in Germania, dove il peso dei Grunen, che governano nel più industrializzato land tedesco e che secondo i sondaggi si apprestano a diventare il primo partito del Paese, ci consente di riflettere sul ruolo che i temi ambientali hanno assunto, nonché sulla possibilità che attorno a questi si possano ridefinire i termini del dibattito sullo sviluppo.

 

Quella esperienza dimostra come sia possibile proporre in ogni luogo la nostra chiave di lettura come la più utile per offrire una risposta alla generazione che oggi protesta in molte parti del pianeta, così come alla atavica crisi siciliana. A partire dalla questione energetica.

I cambiamenti nella produzione e nell’uso dell’energia hanno sempre provocato grandi accelerazioni nella storia dell’umanità, e oggi la questione è diventata imprescindibile per la cultura ambientalista. La rivoluzione energetica in corso sarà determinante non solo per provare a fermare il riscaldamento del clima, ma potrà cambiare i nostri stili di vita consentendo a tutti un accesso più diretto e un uso più responsabile dell’energia.

Per questa ragione, se non si vuole rimanere travolti da una trasformazione epocale che inevitabilmente coinvolgerà anche il nostro territorio, è fondamentale che si superi l’approssimazione con cui si discute e si comprenda come è necessario provare a guidare questo processo (INERZIA DELLA STORIA).

 

La diffusione delle rinnovabili rappresenta perla Siciliauna grande occasione di sviluppo che potrebbe trasformarla in pochi anni da regione sottosviluppata in uno dei territori più ricchi d’Europa. Ma per riuscirci dovremmo cavalcare l’onda, come sta facendola Puglia, favorendo la crescita di una filiera produttiva locale, ed evitando allo stesso tempo che ciò entri in conflitto con la necessità di tutelare e valorizzare il patrimonio di natura, paesaggio e cultura che rappresenta la più grande risorsa disponibile per la nostra emancipazione socio-economica. E comunque nulla di tutto ciò potrà essere realizzato senza aver prima impermeabilizzato il settore dagli inevitabili tentativi d’infiltrazione mafiosa (CHE GLI AFFARI DI NICASTRI FOSSERO LIMITROFI AD AMBIENTI MAFIOSI ERA ARCINOTO – LO PICCOLO).

C’è un solo modo per riuscirci: dare priorità alla pianificazione che rappresenta l’unico strumento capace di garantire un equilibrato sviluppo del territorio, evitando le distorsioni che in questi ultimi anni hanno alimentato conflitti e provocato una diffusa avversione per le rinnovabili. Non è più rinviabile la redazione di un vero piano energetico capace di legare la crescita delle rinnovabili alla riduzione delle produzioni più inquinanti, ma anche di differenziare il ruolo dell’industria da quello della speculazione finanziaria, sostenendo la prima e disincentivando la seconda.

 

E siccome la questione energetica non riguarda solo le rinnovabili è indispensabile che il nuovo piano stabilisca tra le priorità la messa in efficienza del patrimonio edilizio. Non solo perché l’UE ritiene che non si possa affermare la strategia del 20-20-20 senza il contributo dei centri urbani, ma anche perché secondo noi il futuro dell’ambientalismo passa dalla capacità di operare negli ambienti urbani più degradati. In Sicilia, e nel meridione più in generale, le politiche insediative degli ultimi decenni hanno prodotto l’abbandono della gran parte dei centri storici e la contemporanea realizzazione di periferie sempre meno vivibili. Entrambi questi luoghi sono ormai diventati un inestricabile groviglio di degrado edilizio e sociale.

Le nostre città sono diventate come grandi ciambelle che continuano ad allargarsi con un buco al centro sempre più grande: prima sono finiti in abbandono i centri storici, oggi cominciano a subire lo stesso destino anche i quartieri realizzati nel secondo dopoguerra.

La scandalosa morte delle due bambine di Favara nel 2010 e la guerra tra poveri per l’assegnazione di alloggi popolari allo ZEN descrivono perfettamente la totale assenza di politiche urbane nella nostra regione.

 

Il nostro ambientalismo può garantire una chiave utile per proporre nuove politiche urbane che migliorino la qualità della vita nelle nostre città favorendo anche forme di partecipazione e inclusione per i ceti meno abbienti.

Dovremo però costruire una grande alleanza sociale, utilizzando al meglio il tavolo di confronto costruito in questi anni con gli ordini professionali e con l’INU. E lo stesso strumento dovremo utilizzare per difendere i piani paesaggistici dall’aggressione della lobby del cemento che cerca d’impedire con ogni mezzo che vengano approvati.

Dopo oltre dieci anni di elaborazione,la Siciliasi sta finalmente dotando di una pianificazione paesaggistica. Come al solito, l’imposizione di una pur flebile regola pianificatoria ha suscitato nella nostra regione le reazioni violente di coloro che hanno sempre operato per il sostegno degli interessi particolaristici a scapito di quelli collettivi.

Abbiamo assistito all’assedio dell’assessorato BB.CC. da parte dei sindaci della provincia di Caltanissetta e alla durissima opposizione di alcuni comuni contro il primo piano paesistico approvato, quello della provincia di Ragusa. Questo piano ha la colpa di bloccare le prospezioni petrolifere in uno dei paesaggi più belli del Mediterraneo, nonché le tante lottizzazioni in zona agricola che ne stavano cambiando i connotati.

Perla  Legambienteil sostegno ai piani paesistici è un impegno prioritario. La loro approvazione costituisce un passaggio fondamentale se si vuole davvero realizzare ciò che fu scritto nel POR 2001/2007 e cioè che il futuro economico della Sicilia doveva prevalentemente essere affidato alla sovrapposizione tra la rete dei BB.CC e la rete ecologica.

 

A questo proposito va detto che, nonostante l’impegno dell’ex assessore Sparma, non pare che si riesca a fermare il processo di destrutturazione del sistema di tutela della natura nella nostra regione in corso ormai da anni. Tutti i parchi regionali sono commissariati da tempo,la AMPversano in uno stato di quasi totale abbandono, il sistema delle riserve non è ancora decollato, i piani di gestione di SIC e ZPS rischiano di rimanere un puro esercizio disciplinare privo di qualsiasi effetto sul territorio. La grave crisi finanziaria della Regione ha peraltro reso evidente negli ultimi anni quale sia la percezione che l’attuale classe politica ha del sistema della Rete Ecologica Siciliana: i tagli in bilancio stanno erodendo le già limitatissime disponibilità rendendo sempre più difficili le attività di gestione.

Per comprendere lo stato di salute delle politiche di settore, non è meno significativo il dibattito in corso sull’istituzione dei quattro parchi nazionali:la Regionea cui era demandato il compito di gestire i tavoli di concertazione con il territorio ha consentito che prevalessero le argomentazioni false dei portatori d’interessi particolaristici e i conseguenti atteggiamenti strumentali di troppe amministrazioni locali.

Vi sono però anche segnali in controtendenza che ci consentono margini di ottimismo: la nostra battaglia a tutela dei Pantani di Pachino si è conclusa a luglio con l’istituzione della riserva naturale, ma soprattutto, tra mille ritardi e contraddizioni, è stato istituito il Parco dei Monti Sicani. Quest’ultimo fatto riveste un’importanza particolare perché si tratta di uno dei rarissimi esempi in Italia in cui la richiesta d’istituzione è arrivata dal basso. Circostanza che colpì molto il nostro amico Angelo Vassallo quando lo invitammo a incontrare i sindaci dei Sicani. A partire dal suo piccolo comune, Angelo è riuscito a costruire nel Parco del Cilento una vera comunità, ciò che purtroppo non sono ancora i parchi siciliani. Ma ciò che dovranno diventare se vogliamo davvero rilanciarli.

Tocca soprattutto a noi provare a far comprendere come un parco sia soprattutto questo: non una serie di vincoli o, nel peggiore dei casi, l’ennesimo carrozzone clientelare, ma la costruzione di una comunità che metta al centro del proprio sviluppo la tutela e la fruizione turistica delle valenze territoriali. Non solo quindi conservazione di biodiversità e paesaggio, ma anche un modo per fermare processi di spopolamento di aree marginali rispetto al modello economico imperante. Lo stiamo facendo con impegno sia sui Sicani che a Pachino, dobbiamo fare molto di più nelle aree interessate dalla proposta dei parchi nazionali.

Se ci riusciremo avremo onorato nel modo migliore la memoria di Angelo.

 

La situazione in Sicilia è molto seria, ma non possiamo perdere l’ottimismo che ci contraddistingue e che da trent’anni ci da la forza d’interpretare, insieme a tanti altri, la voglia di cambiamento che pure esiste in questa regione. Una forza che ci ha consentito di vincere importantissime battaglie di cui andiamo molto fieri ma che spesso non siamo in grado di rivendicare a sufficienza: il blocco di una pessima riforma urbanistica, il restauro della villa del Casale, la cancellazione del piano inceneritorista di Cuffaro, l’istituzione del Parco dei Monti Sicani e della riserva dei Pantani di Pachino, solo per fare alcuni  degli ultimi esempi.

Ma forse in questo limite sta anche il nostro più grande pregio: l’essere incontentabili. Voler sempre più di quello che abbiamo ottenuto. Per noi è al meglio che non c’è mai fine!!

 

Per continuare a volere di più dobbiamo però essere adeguati. Forti delle nostre idee ma dotati anche degli strumenti necessari per farle valere.

In questi anni la nostra associazione si è molto rafforzata, ma più per l’intensificazione della sua azione politica e vertenziale che per la crescita della sua organizzazione.

Gran parte degli sforzi sono stati rivolti alla strutturazione di un regionale capace di rispondere alle tantissime aspettative che oggi la società ripone su di noi. Le nostre iniziative coprono ormai l’intero spettro delle questioni ambientalmente sensibili e noi veniamo sempre più spesso considerati interlocutori indispensabili dalle organizzazioni di categoria, dai sindacati, ma anche dal mondo delle imprese che ha preso atto della necessità di misurarsi con i temi che proponiamo.

La crescita di una struttura regionale quale strumento indispensabile per il rafforzamento della nostra azione politica ha certamente portato i suoi frutti. Si tratta di un obiettivo su cuila Legambientenazionale ha puntato dall’inizio degli anni 2000 perché le politiche che hanno maggiori ricadute sulla qualità ambientale dei territori sono sempre più demandate alle regioni.

La nostra crescita non è però riuscita a colmare quella distanza che spesso ha contraddistinto i rapporti tra il regionale e i circoli. Anzi la crescita del ruolo politico del regionale l’ha in qualche modo allargata.

 

Va chiarito che questa valutazione non nasce da risultati deludenti in termini di tesseramento o di adesione di circoli, tutt’altro. Quest’ultimo indicatore è certamente positivo, visto che in questi anni seppur lentamente i nostri circoli sono cresciuti di circa il 20%. Parte piuttosto dalla constatazione che, tranne in rari casi, negli ultimi anni non siamo riusciti a coinvolgere efficacemente i circoli nelle più importanti iniziative politiche o nelle principali campagne: si pensi alla vertenza contro gli  inceneritori di Cuffaro o alla sempre più stanca partecipazione a campagne come “Puliamo il Mondo” e “Voler bene all’Italia”, solo per fare alcuni esempi significativi. Se a questo si associa la debolezza della nostra presenza o addirittura la totale assenza in territori e città particolarmente importanti, ci si rende conto di quanto sia ormai ineludibile un serio e puntuale lavoro di rafforzamento della nostra rete territoriale.

Per cogliere questo obiettivo nei prossimi anni dovremo lavorare molto sulla nostra organizzazione. Dovremo fare molto di più per far diventare il regionale una struttura di servizio ai circoli capace di fornire coordinamento, supporto scientifico e politico, ma soprattutto formazione. Quest’ultimo impegno sarà determinante per sostenere il rafforzamento del gruppo dirigente perché nei prossimi anni dovremo lavorare per aiutare i più giovani tra noi a occupare spazi e ruoli sempre più importanti. Sul raggiungimento di questo risultato verrà in gran parte misurata la qualità e l’efficacia di coloro che dovranno guidare questa transizione. 

I circoli, fatta salva l’autonomia a cui siamo tutti legati, dovranno essere disponibili a strutturarsi in una vera rete per garantire maggiore efficacia alle politiche di livello regionale.

Il caso maggiormente esemplificativo è quello dei Gruppi d’Acquisto Solare: un progetto su cui stiamo investendo molto in termini di risorse umane ed economiche perché riteniamo fondamentale aiutare famiglie e piccole aziende, a partecipare attivamente alla rivoluzione energetica. Insomma i circoli dovranno diventare una efficace catena di trasmissione delle nostre principali iniziative.

Solo così si potrà superare quella separatezza tra le attività del regionale e dei circoli che tutti percepiamo come il maggiore limite della nostra associazione. Per cogliere questo obiettivo è necessario mettersi tutti in discussione ed evitare i continui rimbalzi di responsabilità tra centro e periferia, in una dinamica tanto facile da alimentare quanto inutile per risolvere il problema.

 

La Legambienteha la straordinaria capacità di rimettersi costantemente in discussione e di cambiare assetto al fine di raggiungere più rapidamente i propri obiettivi. I congressi sono momenti fondamentali per proporre questi aggiustamenti, e anche questa volta non vogliamo mancare l’occasione.

Per questa ragione proporremo un ampliamento sia del direttivo che della segreteria capaci di restituire maggiore rappresentatività ad entrambi gli organismi. Negli ultimi anni organismi più piccoli hanno forse garantito agilità ma hanno finito per ridurre gli spazi di confronto e hanno reso meno agevole la crescita di un nuovo gruppo dirigente.

 

Un nuovo gruppo che potrà essere formato da persone che sono già nell’associazione ma anche da donne e uomini che dobbiamo ancora incontrare. Con cui dobbiamo condividere la nostra idea di futuro.

Per questo è essenziale guardare con curiosità e interesse fuori di noi. Guardare soprattutto alle giovani generazioni anche se questo ci spaventa e ci appare più complicato. Il futuro è soprattutto loro ed è con loro che lo dobbiamo costruire.

 

Alcuni ragazzi li abbiamo incontrati durante la campagna referendaria, altri li abbiamo conosciuti con i nostri ultimi progetti di educazione ambientale e alla legalità (POGAS).

Ci hanno dato entusiasmo e soprattutto ci hanno fatto capire quanto possa affascinare il nostro modo di vedere le cose.

Tocca a noi provare a sperimentarci con nuovi linguaggi e nuove forme di comunicazione.

Tocca a noi capire il futuro per cambiare il presente.

Buon lavoro a tutti voi.

Be Sociable, Share!

I Commenti sono chiusi



I NOSTRI GIORNALI:

Testata iscritta al n° 209 del Registro Stampa del Tribunale di Agrigento in data 18/01/2010  Sicilia Edizioni P.IVA 02455940847
Tutti i contenuti di sicilianotizie.info  sono di proprietà della Sicilia Edizioni. È vietata la riproduzione anche parziale.